AMISOM: cronaca di un fallimento annunciato

24 luglio 2010

Di Nicola Pedde

amisomIl primo sforzo per organizzare una missione internazionale di supporto alla sempre più grave crisi somala, fu quello dell’IGAD (Inter-Governmental Authority on Development) nel 2006. L’organizzazione, fondata nel 1986 come organismo regionale di sostegno allo sviluppo e di cui fanno parte la Somalia, l’Etiopia, l’Eritrea, l’Uganda, il Kenya, il Sudan e Gibuti, è sempre stata caratterizzata da una cronica carenza di fondi per la gestione dei progetti, oltre che dalla complessa e delicata gestione dei rapporti tra alcuni dei suoi membri.

Il piano di intervento per la stabilità in Somalia del 2006 prevedeva l’invio di una forza di 8000 uomini, di fatto a sostegno del sempre più fragile Transitional Federal Government (TFG), che all’epoca batteva in ritirata nella città di Baidoa sotto la spinta delle forze dell’Unione delle Corti Islamiche (ICU).

Il piano dell’IGAD, tuttavia, prevedeva che il contingente fosse composto da forze militari di Stati membri non confinanti con la Somalia (e quindi potenzialmente solo Uganda, Sudan ed Eritrea), con un costo annuo stimato nel 2006 per 335 milioni di dollari.

Nonostante gli sforzi di pianificazione, l’IGAD non riuscì a dislocare la missione sul terreno, e ben poco aiutò l’autorizzazione alle missione ed il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite con la Risoluzione 1725 del 2006.

Preoccupata per l’avanzata delle forze dell’ICU e per la perdurante incapacità delle forze del TFG di contenere la disfatta militare, l’Etiopia decise di intervenire unilateralmente oltrepassando il confine a nord di Baidoa il 20 dicembre del 2006 ed avanzando rapidamente in direzione di Mogadiscio e Chisimaio. Le forze dell’ICU opposero una intensa ma breve resistenza, venendo sbaragliate in pochi giorni e disperdendosi su un vasto territorio a nord ed a sud di Mogadiscio.

Le milizie islamiche, private della loro logistica e soprattutto della disponibilità finanziaria, assistettero impotenti alla fuga di gran parte delle proprie truppe, ansiose – come sempre in Somalia – di vendere i propri servigi ad un nuovo e più potente committente.

Questo permise alle forze militari di Addis Abeba di completare le operazioni militari con un certo successo e con rapidità, occupando i punti nevralgici della Somalia meridionale e reinstallando a Mogadiscio il fragile governo del TFG.

Venne ben presto meno, tuttavia, sia la capacità economica di gestire la missione, sia la capacità di rigenerare la compromessa ed ormai dilaniata economia del paese, di fatto favorendo la rinascita delle milizie islamiche ed il loro progressivo ritorno sul territorio.

L’Unione Africana decise allora di preparare un piano per favorire l’uscita delle truppe etiopi dalla Somalia, sostituendole con una forza militare internazionale che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità del progetto dell’IGAD e ristabilire accettabili condizioni di sicurezza in tutto il paese.

Le prime forze dell’AMISOM (African Mission to Somalia) furono quindi dislocate a Mogadiscio a partire dal 12 febbraio del 2007, sotto l’egida delle Nazioni Unite e riconosciute dalla risoluzione 1744 del 21 febbraio del 2007 con un mandato della durata di sei mesi, per un totale di 8000 uomini composti da truppe del Burundi, del Ghana, del Malawi, della Nigeria, della Tanzania e dell’Uganda.

Venne inizialmente dislocato a Mogadiscio solo un contingente ugandese forte di 1700 uomini, che avrebbe dovuto occuparsi della sicurezza e del contrasto alle forze islamiche in attesa dell’arrivo della restante parte del contingente di 8000 uomini. Il perdurare degli scontri e la progressiva azione contro le forze etiopi e quelle ugandesi dell’AMISOM, tuttavia, impedì il dislocamento complessivo, e la situazione restò immutata sino al gennaio del 2009.

Quando le forze etiopi lasciarono Mogadiscio il 25 gennaio del 2009, un contingente AMISOM di militari del Burundi forte di 1150 uomini si unì a quelle ugandesi, successivamente potenziati da ulteriori 1000 soldati ugandesi e da 1400 soldati burundesi nel corso del 2009, che portarono il totale dei “caschi verdi” a 5250 uomini. Un numero comunque inferiore alle 8000 unità inizialmente programmate.

Il mandato dell’AMISOM e le sue difficoltà

Il mandato della missione AMISOM prevede sette compiti principali, da condursi nell’ambito di tre Settori geografici nella città di Mogadiscio.

1. Supportare il dialogo e la riconciliazione in Somalia, lavorando con ogni controparte della società locale.
2. Garantire adeguata protezione al Transitional Federal Government (TFG) ed alle infrastrutture primarie, al fine di garantire il normale svolgimento delle funzioni del TFG.
3. Aiutare le istituzioni ad attuare il National Security and Stabilization Plan.
4. Fornire assistenza tecnica ed altro supporto per le operazioni di disarmo e per gli sforzi di stabilizzazione.
5. Monitorare le condizioni di sicurezza nelle aree di operazione.
6. Facilitare lo svolgimento delle operazioni umanitarie, incluso il rimpatrio dei rifugiati e degli sfollati (IDP Internally Displaced Persons)
7. Proteggere il personale di AMISOM, le installazioni e gli equipaggiamenti, e garantire auto-protezione.

Il concetto operativo era invece quello di dispiegare il contingente sul territorio, stabilizzare e controllare il settore 2 di Mogadiscio, e procedere poi con l’accesso e la progressiva presa di controllo anche nei Settori 1 e 2.

L’operazione avrebbe dovuto svolgersi in quattro fasi, con il dispiegamento di nove battaglioni di fanteria nel Settore 2 – ovvero Mogadiscio – che avrebbero poi dovuto assumere il controllo dei Settori 1 e 3, consolidarne la stabilità ed uscirne una volta ristabilito il ruolo e la capacità dell’esercito somalo o mediante sostituzione con unità dell’ONU.

Solo fase 1, in modo parziale, è stata condotta dall’esiguo contingente misto dell’Uganda e del Burundi, mentre è definitivamente venuta meno la possibilità di incremento delle truppe con il contributo di altre forze dell’Unione Africana, vanificando di fatto l’intero progetto di missione ed esponendo anzi ad un elevato rischio i quasi tremila uomini oggi impegnati nella città di Mogadiscio.

Inoltre, essendo stata concepita come una missione di peacekeeping, l’AMISOM è vincolata da regole di ingaggio particolarmente limitative della capacità di rispondere in modo adeguato alla minaccia fronteggiata. Questo ha determinato l’impossibilità per i contingenti dell’AMISOM di intraprendere operazioni mirate contro la sempre più consistente minaccia delle milizie islamiche, ed il progressivo arroccamento all’interno degli esigui presidi.

Sia la Nigeria – che ha rifiutato il dislocamento di proprie truppe – che più recentemente l’Uganda, hanno ripetutamente formulato la richiesta di trasformare la missione da peacekeeping in peace-enforcement, al fine di fornire maggiore capacità ai contingenti sul terreno e meno vincolanti regole di ingaggio.

Non solo tuttavia è mancata una capacità di trasformazione del mandato della missione, ma è anzi sempre più difficile provvedere al finanziamento della stessa nel lungo periodo, stante la perdurante – e cronica – incapacità dell’Unione Africana nel disporre di mezzi e risorse adeguati al perseguimento dei propri obiettivi politici, economici e strategici.

Difficile quindi pensare ad un ruolo attivo e determinante dei “caschi verdi” in Somalia nel prossimo futuro, ed anzi appare sempre più probabile un progressivo – e forse rapido – ripiegamento qualora la situazione a Mogadiscio dovesse ulteriormente deteriorarsi.

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