Dhobley, la città degli Shabaab

30 ottobre 2011

DhobleyDi Marina Angeloni – Una città contesa dall’esercito governativo e dai ribelli, oggetto di incursioni da parte degli eserciti di due Stati confinanti, terreno di scontro tra milizie irregolari, dichiarata capitale di un nuovo Stato immaginario, centro di riferimento per diverse agenzie umanitarie internazionali, target dei droni americani. Verrebbe da supporre che sia un luogo di strategica importanza, che nasconda grandi tesori, o ricopra un ruolo simbolico fondamentale.
Eppure si tratta soltanto di un arido e poverissimo villaggio della Somalia meridionale, senza alcuna storia che valga la pena di raccontare se non la routine quotidiana della miseria e della morte. Questa è Dhobley, un nome che di recente ricorre spesso nelle cronache somale, e che di questa assurda, enorme tragedia rappresenta il perfetto microcosmo.

Il cambiamento di tattica da parte delle truppe AMISOM, passate da semplice guardaspalle a combattente alleato della fazione governativa, ha infatti determinato l’uscita dalla capitale del grosso di Al-Shabaab: ciò ha fatto inneggiare all’imminente conquista dell’intera Somalia da parte delle forze africane. Ma se a Mogadiscio la partita sembra per ora vinta, nel sud del Paese la situazione è alquanto più complicata.

Il controllo del territorio nelle regioni meridionali, ufficialmente ancora nelle mani del movimento ribelle, è già da qualche tempo a macchia di leopardo: con zone controllate da milizie che fanno riferimento ai rispettivi clan e che si appoggiano a potentati stranieri per armamenti e finanza, e altre in mano a sub-fazioni dello stesso Al-Shabaab. Tutte comunque disponibili a cambiare fronte per un adeguato corrispettivo, e soprattutto interessate a ritagliarsi una sfera di influenza locale che possa un giorno essere premiata dalla Comunità Internazionale, in linea con la “dual-track†policy attualmente in voga. In questa scenario, la conquista o riconquista di un villaggio è all’ordine del giorno e non determina alcuna reale evoluzione del conflitto.

Per rimanere a Dhobley, due sono le milizie che si contendono avidamente la misera cittadina: una chiamata “Raskomboni†e guidata proprio da un ex comandante di Al Shabaab, Sheikh Ahmed Mohamed Islaan (Madobe). Già ricercato dagli americani, prima imprigionato e poi opportunamente liberato dagli etiopici, lo sguardo inquietante, contornato di giovane soldataglia in tuta verde, oggi si permette di definire “assassini†i suoi ex commilitoni. 
L’altra in mano a Mohamed Abdi Gandhi, cosiddetto “Professore†(sostiene di aver ottenuto ben due dottorati in Francia), già ministro del TFG, che si è dichiarato Presidente di un mini stato/regione da lui stesso fondato sotto il nome di “Azaniaâ€, e diretto da Nairobi dove egli comodamente risiede. Non è difficile capire quali siano gli sponsor di questi due inquietanti personaggi. 
La città è anche terrorizzata dalle truppe “regolari†governative, che taglieggiano, uccidono e violentano i civili impunemente, saccheggiando gli aiuti internazionali, salvo poi spararsi tra loro per la spartizione. I guerriglieri islamici a loro volta compiono attacchi improvvisi che lasciano sempre un certo numero di morti e feriti sul terreno e fanno fuggire le organizzazioni umanitarie. Tanto per completare il quadro, ogni tanto l’esplosione di un missile americano elimina una manciata di “terroristiâ€â€¦ e chiunque si trovi nelle vicinanze.

Con tali premesse, ci si chiede fino a che punto ritenere ingenue, prima che ipocrite, le dichiarazioni della Comunità Internazionale circa le “svolte†e le “opportunità†sul piano politico che di volta in volta vengono comunicate alla stampa. L‘ultima proprio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale ONU di turno, Augustine Mahiga, che ha speso termini entusiastici  – quali milestone… great leap forward… best chance in years –  con riferimento all’approvazione di una “Moadishu Roadmap†da parte del TFG per raggiungere, entro dieci soli mesi, nientemeno che: “…security, a constitution, national reconciliation and good governanceâ€.
L’esperienza ventennale dovrebbe invece avere insegnato quanto i somali siano maestri nell’arte del negoziato infinito, quanto abili ad incantare diplomatici stranieri assetati di risultati mediante continue promesse, che al momento opportuno diventano proponimenti solenni. Soltanto parole, o per citare Shakespeare:  …talk of dreams, which are the children of an idle brain, begot of nothing but vain fantasy, which is as thin of substance as the air, and more inconstant than the wind… (Romeo & Juliet, Scene IV).
Ugualmente illusoria è l’idea di utilizzare la diaspora come fonte di leader illuminati e onesti da trapiantare nel paese: nel momento stesso in cui essi mettono piede in Somalia, la logica del clan li riprende o li distrugge.

Altrettanto velleitari sono anche i tentativi di risolvere la crisi militarmente, intervenendo in particolari “finestre†del conflitto che si aprono ogni tanto sul campo, con l’illusione che la vittoria sia a portata di mano. È pur vero che stiamo parlando di forze relativamente insignificanti dal punto di vista numerico  – qualcuno ha fatto notare che la tanto temuta Al-Shabaab conta forse la metà delle bande di Los Angeles –  ed è pertanto assai facile penetrare la Somalia in breve tempo da parte di truppe organizzate. Ma ancora una volta l’esperienza dovrebbe mettere in guardia.
Nel momento stesso in cui un esercito straniero entra nel paese, si presentano infatti due problemi insormontabili:

1)    Le faide interne vengono superate dal risveglio dello spirito nazionalistico somalo, e l’intera popolazione si oppone all’invasore. In maniera più viscerale se si tratta di un paese confinante (sempre sospettato di volersi annettere una fetta di Somalia), ma anche nei confronti di truppe internazionali (passate le iniziali acclamazioni di una popolazione stremata).
2)    Le forze straniere devono prima o poi prendere parte ai combattimenti, e così schierarsi per una fazione o per l’altra, perdendo ogni autorità morale agli occhi dei somali. Questo avviene anche se il sostegno è per il governo centrale, che è sempre comunque un’espressione clanica, oltre ad essere un’istituzione imposta dall’esterno e aliena alla cultura locale.

Purtroppo, la situazione che è andata maturando quest’anno, fino a sfociare in quella che è una vera e propria invasione da parte del Kenya, sembra piuttosto ripercorrere e riassumere in una miscela letale ogni più tragica tappa degli ultimi vent’anni.

Tutto è iniziato come nel ’92: una grande tragedia umanitaria amplificata dalla guerra civile, cui segue l’intervento della Comunità Internazionale (ONU allora, UA oggi), che si schiera con la fazione vista come “legittima†e moderata (Ali Mahdi allora, TFG oggi). Le differenze, in peggio, sono che le truppe straniere coinvolte non hanno gli stessi problemi e scrupoli di quelle occidentali in termini di perdite umane e regole d’ingaggio.
Ma vi è anche qualcosa del 2006: gli USA che finanziano vari warlord anti-islamici (riuniti all’epoca nella famigerata “Alliance for the Restoration of Peace and Counter-Terrorismâ€) e incoraggiano l’invasione da parte di un paese confinante (Etiopia allora, Kenya oggi) con sostegno di bombardamenti aerei. La differenza, in peggio, è che adesso sembra coinvolta anche la Francia, con il rischio di attirare nel conflitto anche Gibuti (che peraltro si era già offerta di inviare truppe).

Una guerra che non può più essere fermata, perché è già sfuggita di mano ai partecipanti, come le contrastanti dichiarazioni del presidente e del premier somalo confermano. E che soprattutto non otterrà alcun risultato, se non il versamento di molto sangue ancora, sia in Somalia che al di fuori.

Nel frattempo giunge notizia che Dhobley è stata conquistata anche dall’esercito del Kenya, e la popolazione acclama.

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