Disinnescare il Corno d’Africa: una strategia non ortodossa
Di Vincenzo Palmieri
Quali sono gli interessi che intendiamo difendere nel Corno d’Africa e in Somalia in particolare? Abbiamo un progetto chiaro per l’area? Ne abbiamo uno? Abbiamo le risorse necessarie a sostenerlo? Siamo disposti a cercarle? Riusciamo a pensare strategie innovative, dall’esterno? Quali sono i nostri nemici, sul campo? Quali i nostri alleati? Quale agenda può rincuorare i secondi e attrarre i primi al nostro progetto? Avere la risposta a queste domande significherebbe saper risolvere i problemi del Corno d’Africa; dire di averla significherebbe peccare di presunzione. Si può indicare cosa non fare; individuare un metodo atto a evidenziare i punti di forza sui quali agire; anticipare che ve ne sono ben pochi. I dati sul campo si riassumono in una disarmante sequela di “no” alle domande iniziali o in una nebulosa schiera di sigle – che nulla dicono sulla possibilitĂ di costruire alcuna cosa con gli interlocutori locali e i decisori della politica e della sicurezza internazionale.
La ricerca di una soluzione ha oscillato tra l’interventismo a tutti i costi e un arrendevole laissez-faire a fronte dei fallimenti piĂą evidenti. Quando piĂą necessaria si è resa una presenza forte, una sponda nei “fratelli di lontano”, una attenzione delle opinioni pubbliche al Corno d’Africa che andasse oltre gli elementi di cronaca, allora la comunitĂ internazionale – la sponda occidentale di essa – ha smesso di essere proficua. Questo è lo scenario reale: essa ha abdicato al suo ruolo storico; ha disfatto il tessuto umano e relazionale costruito nei decenni; ha disperso le preziose conoscenze accumulate; ha lasciato che il suo ruolo commerciale fosse eroso, in via sostanzialmente definitiva, a vantaggio della Cina, mentre nella funzione politico-finanziaria essa è stata soppiantata da Arabia Saudita e Dubai.
Né bisogna ingannarsi: i somali hanno la propria parte di responsabilità (una propria grande parte di responsabilità ) per non aver indirizzato le energie nazionali su un progetto comune; aver lasciato fuggire all’estero i giovani e le menti più promettenti, che avrebbero potuto contribuire alla rinascita della nazione; aver cercato l’alleanza con elementi stranieri che sfruttavano le debolezze e le sfaldature del paese, per un tornaconto privato, misero e di breve termine. Ancora più grave è che essi abbiano ignorato l’aiuto di coloro che, dentro e fuori dal Corno d’Africa, ancora si industriano per conseguire la pacificazione di queste terre.
La Somalia può ancora riprendersi a partire da una struttura economica che mostra, nonostante le vicissitudini politiche e le sfide della sicurezza, fondamenti vitali e una certa differenziazione; interventi volti a sanare gli squilibri macro e microeconomici possono ancora contribuire al rilancio della nazione e, di rimando, del Corno d’Africa. La crisi economica internazionale è un momento di svolta in questo processo, è il momento di mostrare che energie nuove possono essere impiegate in maniera concreta, mentre: i flussi di aiuti alimentari, vitali nel garantire la sopravvivenza delle comunità umane e arrestare i flussi migratori, si sono inariditi; si sono perciò acuiti i conflitti per le risorse; in mancanza di una autorità per la loro composizione, si giustificano quanti si fanno forti della propria personale autorità e di canali informali di composizione delle controversie; si sono infine riaccesi conflitti latenti ai confini dell’area, in Yemen, in Africa Centrale, in Asia Meridionale, che la coinvolgono e ne fomentano la disgregazione.
Questa successione di eventi è inoltre funzione di altre variabili: i confini coloniali sono componente della crisi complessiva e mostrano qui la loro vetustà ; i governanti etiopi ed eritrei non riescono a trovare canali di costruzione del consenso interno che non debbano passare per la delegittimazione degli avversari; le istituzioni regionali, incluse quelle a carattere economico, non sono state capaci di stabilire dei percorsi comuni di sviluppo [...].
La versione completa di questo articolo è pubblicata sul volume “Nomos & Khaos 2010″, edito da Nomisma.
