Il caso della “Savina Caylynâ€
Di Nicola Pedde – Sembra sia stato il ministro La Russa ad imporre il più stretto riserbo alle forze armate circa gli sviluppi della delicata gestione del sequestro della “Savina Caylynâ€, petroliera della flotta Fratelli d’Amato da 105 mila tonnellate di stazza per 266 metri di lunghezza, catturata l’8 febbraio scorso ad 880 miglia nautiche dalle coste somale.
La nave, ormai alla fonda nelle vicinanze del porto di Harardhere, nella regione somala centro settentrionale del Galmudug, era stata attaccata da un commando di 5 uomini che ha preso in ostaggio i 22 uomini di equipaggio, tra cui cinque di nazionalità italiana e 17 indiana.
Il sequestro della nave italiana ha nuovamente acceso le polemiche inerenti la gestione della sicurezza e della protezione dei convogli in navigazione lungo rotte a rischio, alimentando nuovamente un dibattito su un caso di difficile soluzione.
In una prima fase, mentre l’unità era ancora in navigazione verso le coste somale, si era ventilata l’ipotesi – poi sfumata – di un blitz a bordo da effettuarsi con il personale del Gruppo Operativo Incursori. Erano al momento presenti a bordo solo cinque pirati, e l’operazione avrebbe potuto essere condotta probabilmente con un buon margine di successo. Come già accaduto pochi giorni prima in una riuscita operazione di salvataggio organizzata delle forze speciali
La Marina Militare aveva poi comunicato di aver raggiunto un accordo di massima con la Confitarma, associazione di rappresentanza degli armatori, per consentire l’imbarco a bordo di alcune navi mercantili italiane (solo lungo le tratte considerate più a rischio) di alcuni fucilieri del Reggimento San Marco, in modo da garantire la protezione in caso di attacco da parte dei pirati. Tale accordo veniva però seccamente smentito dal Ministro della Difesa Ignazio Larussa, dichiaratosi contrario all’impiego del personale militare a bordo delle navi mercantili e suggerendo quale soluzione l’adozione di misure alternative da parte delle compagnie di navigazione. Soluzioni tuttavia riconducibili solo alla possibilità di imbarcare personale privato armato a bordo, che la legge italiana non consente.
Da tempo le principali società di armamento navale lamentano l’inadeguatezza delle normative di settore, di fatto denunciando l’impossibilità di proteggere legalmente il proprio personale ed i propri mezzi, e costringendo quindi le compagnie da una parte a sfidare la fortuna navigando senza protezione, e dall’altra – almeno si ritiene – a sfidare la legge imbarcando in porti secondari personale armato che viene sbarcato poi a destinazione previo occultamento delle armi, solitamente gettate in mare ancora in acque internazionali.
Pesa sulla delicata faccenda del sequestro della nave italiana anche una nuova e più minacciosa variabile. Nel corso degli ultimi mesi si è assistito ad un progressivo inasprimento delle condizioni di detenzione degli ostaggi in mano ai pirati, con l’adozione in alcuni casi di violenze sui prigionieri sia fisiche che psicologiche. Questo fenomeno induce a ritenere che sia in corso una fase di trasformazione ed evoluzione negli almeno otto gruppi criminali noti per le attività di pirateria in Somalia, probabilmente connessa ad una sempre maggiore competizione tra questi, ma anche derivante dall’ingresso di nuovi e più spregiudicati elementi all’interno delle cellule criminali.
È infatti finito in tragedia a metà febbraio, con la morte di tutti e quattro gli ostaggi, il sequestro di uno yacht americano a circa 200 miglia nautiche dalle coste indiane, e sono giunte voci allarmanti circa le condizioni di detenzione di alcuni dei 36 equipaggi oggi sotto sequestro lungo le coste somale. I vari gruppi armati hanno poi disperso i prigionieri in molti casi a terra, in una serie di rifugi dispersi sul territorio e di fatto utilizzati per ridurre le possibilità di operazioni di salvataggio da parte delle forze speciali dei paesi interessati.
Questa la ragione, con ogni probabilità , che ha imposto alla Difesa di far calare il silenzio sulla gestione del negoziato seguito al sequestro, onde evitare pericolose quanto inutili potenziali interferenze esterne. Sono invece tre le navi italiane impegnate nel pattugliamento in zona, la fregata Zeffiro ed il pattugliatore Fulgosi, raggiunti il 28 febbraio della fregata Espero.

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