Si estende il conflitto in Somalia
di Pierre Chiartano - Si allarga il fronte del conflitto in Somalia. E il destino di quella regione diventa sempre di più la cartina di tornasole di quanto l’Africa non voglia restare passiva di fronte alle pressioni delle dinamiche mediorientali che già hanno infettato alcune aree del continente nero. Ad agosto dalle pagine di Foreign Policy, l’attuale presidente della repubblica ugandese Yoweri Museveni aveva esortato i membri dell’Unione africana a scendere in campo decisamente in aiuto di Mogadiscio. Ricordando come nel 1971 fosse stata la mediazione somala a scongiurare un conflitto tra Tanzania e la stessa Uganda. Il presidente ugandese aveva paragonato la situazione della Somalia a quella dell’Afghanistan per l’Occidente. Un focolaio per la destabilizzazione di tutto il continente. E le ultime notizie non fanno che confermare questa tesi.
Estensione dei combattimenti contro al-Shabaab
Si combatte anche nelle regioni centrali dove al-Shabaab soffre l’iniziativa delle forze di AMISOM, ma anche delle milizie locali. Combattimenti quotidiani non si registrano più soltanto nella capitale del Paese, Mogadiscio. Il 20 ottobre un convoglio sul quale viaggiavano i miliziani filo qaedisti di al-Shabaab sarebbe caduto in un’imboscata tra i villaggi di Mahas e Wabho, nel distretto di Hiran. Secondo quanto riferito dal sito Mareeg, sarebbero una ventina i miliziani uccisi. A sparare, uomini armati non identificati, non si sa se banditi o membri di un altro gruppo armato. La formazione islamica però sembra sotto scacco anche per l’azione delle truppe del Governo federale di transizione che godono del sostegno dei soldati ugandesi inquadrati nella missione di peacekeeping dell’Unione Africana. Le truppe di AMISOM da diversi giorni hanno dato il via ad un’offensiva su larga scala per riprendere il controllo del Paese. Nella mattinata di oggi, scontri a fuoco si sono registrati a Beledweyn, una cittadina della Somalia centrale con un alto valore strategico. Qui, soprattutto nel villaggio di El Gal, si combatte ormai da tre giorni. Secondo quanto riferito da alcuni abitanti, solo oggi sono stati uccisi una decina di miliziani. Pochi giorni fa una bomba era esplosa nella sede di una emittente privata di Bosaso, capitale dello Stato semi autono del Puntland. Un ordigno è esploso nell’ingresso di Radio Horsees, devastandolo. Non si sono registrate vittime né feriti ma la paura che la situazione stia rapidamente degenerando anche nel nord è palpabile.
I frutti dell’offensiva
Intanto sembrerebbe dare i primi frutti l’offensiva lanciata dal governo di Transizione somalo contro gli al Shabaab. Secondo la stampa locale, le forze governative, con l’aiuto degli uomini di Barre Hiiraale, un ex colonnello dell’esercito somalo, diventato “signore della guerra” locale, avrebbe conquistato la città di Belet Hawo, al confine con il Kenya, sottraendola al controllo dei Giovani Mujaheddin. Negli ultimi tempi l’esecutivo somalo avrebbe cambiato strategia affidando le operazioni militari ad alcune milizie islamiche che contendono il terreno agli al-Shabaab.
Difficoltà politiche per il GFT
Ma la situazione in Somalia è ben diversa da come viene descritta dal Governo di Transizione, asserragliato nel palazzo presidenziale e in piena crisi. La decisione del presidente somalo Shaikh Sharif Ahmed di candidare come primo ministro Mohamed Abdullahi Mohamed, che ha appena ottenuto il voto di fiducia dal Parlamento, ha suscitato non poche polemiche. La nomina, ironia della sorte, non è stata gradita proprio dal movimento Ahlu al Sunna Wa al Jamaa, al quale secondo gli accordi pattuiti con Sharif Ahmed, in cambio del sostegno armato contro gli al Shabaab, sarebbe spettato l’incarico di scegliere il candidato alla poltrona di primo ministro.
I rapimenti, nuovo elemento di insicurezza
Intanto arrivano buone notizie sul fronte rapimenti. Frans Barnard, operatore umanitario che collabora con la nota organizzazione non governativa internazionale Save the children è stato liberato il 20 ottobre. Era stato rapito la settimana precedente in territorio somalo da un gruppo di uomini armati. Barnard era stato prelevato ad Adado, una città vicino la frontiera con l’Etiopia, e sembrerebbe che per la sua liberazione sia stato pagato un riscatto di 100mila dollari. E a proposito di soldi sarebbe utile leggere il bilancio dell’attuale governo di Mogadiscio per comprendere meglio il problema. Si tratta di 250 milioni di dollari all’anno. Cioè quanto spende il governo di Kampala solo per pagare gli stipendi dei maestri delle scuole primarie. Ciò significa poter comprare la sopravvivenza della gente somala e mettergli in mano un kalashnikov, con una manciata di dollari.
