Somalia: le occasioni mancate

29 luglio 2010

Di Marina Angeloni

moLa notte del 26 gennaio 1991, il dittatore Siad Barre fuggiva da Mogadiscio con le poche truppe fedeli rimastegli, mentre “Villa Somalia†veniva conquistata dai miliziani dell’USC guidati dal loro capo militare, Mohamed Farah Aidid.

Alcuni giorni prima tutti i diplomatici stranieri erano stati evacuati e, salvo la sporadica presenza delle ONG che ancora tenevano in funzione gli ospedali, la Somalia veniva materialmente abbandonata a se stessa per tutto il resto di quel tragico anno.

Ciò che avrebbe potuto allora essere l’inizio di una nuova epoca di pace per il paese, degenerava così nella spirale di violenza intra/inter-clanica che ha trasformato una giusta guerra di liberazione nella sanguinosa anarchia dalla quale oggi non si vede la via d’uscita, e che dopo aver coinvolto tutto il Corno d’Africa inizia persino a minacciare la sicurezza globale.

Se non è quasi mai legittimo giudicare la Storia con il senno di poi, nel caso della Somalia siamo di fronte a una serie talmente eccezionale di “missed opportunitiesâ€, come quella appena descritta, da farne un caso a parte, meritevole di essere esaminato più in dettaglio. Vale infatti la pena soffermarsi ad esaminare tali “punti di inflessione†della vicenda somala negli ultimi decenni ed il ruolo che il resto del mondo ha giocato in quei momenti cruciali, se non altro per inquadrare nella giusta prospettiva le responsabilità attuali della cosiddetta “Comunità Internazionaleâ€.

Da questo tipo di analisi potrebbe uscire esaltato il ruolo della preventive diplomacy quale efficace strumento per disinnescare i conflitti emergenti, la quale richiede un impegno di risorse infinitamente minore di quelle necessarie nel momento in cui si sia già innescato lo scontro civile.

Il presupposto per il suo funzionamento è tuttavia la presenza di una corretta vision delle circostanze, specifiche expertise, adeguate risorse sul campo e volontà politica condivisa: tutti fattori che a mio avviso sono stati sempre insufficienti nel caso somalo.

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Il primo autore a tentare questa lettura dei fatti è stato Mohamed Sahnoun, sulla base della sua esperienza come primo “Special Representative of the Secretary General†(SRSG) per la Somalia, il quale nel 1994 pubblicò un libro proprio con questo titolo – “Somalia: the Missed Opportunities†.

In esso sono elencati ben tre momenti cruciali della fase iniziale della crisi dove fu determinante la pressochè totale assenza dell’ONU, come pure degli altri attori direttamente interessati.

Se infatti per l’ONU questo tipo di intervento faceva parte della sua stessa mission, altri enti e potenze avevano validi motivi per preoccuparsi della Somalia. In particolare: la Lega Araba, la Conferenza Islamica (OIC) e l’Unione Africana (all’epoca OUA), tutte organizzazioni di cui la Somalia era membro. Quindi anche gli USA, che a partire dalla guerra con l’Etiopia (1977-78) avevano fornito ingenti aiuti militari ed economici alla Somalia, e naturalmente le due nazioni ex-coloniali: Italia e Inghilterra.

I momenti specifici identificati dall’autore sono i seguenti:
La repressione del Nord. Quando nella primavera 1988 Siad Barre iniziò la selvaggia repressione del Somaliland, nonostante la ferma denuncia di alcune organizzazioni (Amnesty International, African Watch) e dello stesso State Department (che fu in grado di documentare l’assassinio di 5.000 civili nel solo mese di maggio), non fu fornita alcuna protezione alle popolazioni colpite né comminata alcuna efficace sanzione al governo somalo. Da questa tragedia la resistenza somala trasse maggiore determinazione ed il Nord perse definitivamente ogni interesse all’unione con un governo centrale. Particolarmente colpevoli furono gli USA e l’Italia, in quanto i due stati da cui derivavano i maggiori flussi di denaro al regime.

Il Manifesto. In mancanza di supporto esterno, anche solo in termini di mediazione, questo passo politico non avrebbe avuto la possibilità di fare breccia nel muro eretto dal regime per l’ultima resistenza. La sua pubblicazione non suscitò invece alcuna reazione da parte della Comunità Internazionale, tranne l’intervento per il rilascio dei firmatari arrestati. Negativo il ruolo dell’Italia, che nell’ultimo anno di Barre (1990) fu soprattutto impegnata nel tardivo e sterile esercizio di riscrivere la Costituzione somala e di allestire un’impossibile conferenza di pace al Cairo, ad un mese dalla caduta di Barre. Il Manifesto rappresentò l’ultimo tentativo di risolvere la crisi sul piano politico, e segnò l’avvio della battaglia finale per Mogadiscio. Non tutti sono d’accordo nel ritenere questa come un’occasione mancata, perché in quella fase i movimenti di liberazione avevano già la precisa sensazione della vittoria militare; inoltre, …lo scontro tra Darod e Hawiye aveva forse raggiunto il punto di non-ritorno.

Gibuti I-II. Alla vigilia dello scontro militare tra Mohamed Aidid e Ali Mahdi, queste due conferenze vennero completamente ignorate dall’ONU e lasciarono quindi libertà alle scorrette manovre di Mahdi, il quale riuscì a farsi confermare “presidente†per due anni, in questo modo accentuando la divisione tra le due branche dell’USC e del clan Hawiye. Secondo John Drysdale (“Whatever happened to Somalia?â€, 1994), questo risultato fu favorito dall’Italia (presente al negoziato con l’On. Mario Raffaelli) e dall’Egitto di Boutros Gahli (all’epoca Ministro degli Esteri). Un più utile intervento sarebbe forse stato quello di organizzare il definitivo esilio di Barre, evitando tra l’altro un ulteriore anno di guerra civile ed il martirio delle popolazioni Rahanweyn nel Sud del paese.

La conclusione di Sahnoun è che: … if the international community had intervened earlier and more effectively in Somalia, much of the catastrophe that has unfolded could have been avoided (pag. xiii).

Altri due autori, Terrence Lyons e Ahmed I. Samatar (“Somalia: state collapse, multilateral intervention, and strategies for political reconstructionâ€; 1995, cap. 3) hanno identificato anche un’altra grande opportunità nel:
I° cease-fire. Siglato a New York sotto l’autorità dell’ONU (febbraio 1992) tra Mahdi e Aidid, esauriti da una battaglia senza esclusione di colpi durata quattro mesi per le vie di Mogadiscio, esso spianava la strada all’intervento di mediazione politica, affiancato dall’assistenza umanitaria e garantito da una presenza militare internazionale. Tuttavia Sahnoun venne incaricato solo a fine aprile e l’assai modesto e quasi disarmato contingente militare pakistano iniziò ad arrivare a Mogadiscio solo nel settembre (quando nel frattempo erano morti di fame più di 300.000 somali). Secondo gli autori: …Somali leaders may have been able to accept a negotiated settlement in March 1992 that they could not accept in March 1993 because the intervening violence had raised the stakes, weakened civilian leaders, and strengthened the most ruthless factions.

Un altro autore che ha elaborato il tema è Hussein Adam, il quale nel suo libro – “From Tyranny to Anarchy: the Somali Experienceâ€; 2008; cap. 5 – identifica una quinta “window of opportunity†ben più indietro, prima ancora cioè che iniziasse la resistenza armata al regime:
Ogaden War. In seguito alla sconfitta con l’Etiopia ed alla rottura dell’alleanza con l’URSS, il regime di Barre si trovò in crisi politica e disperato bisogno di assistenza. Gli organismi economici internazionali si affrettarono a tornare in Somalia, Fondo Monetario e Banca Mondiale in prima fila; gli USA si interessarono del paese come semplice pedina nella geo-strategia della Guerra Fredda (l’Italia non si era mai allontanata dal paese), e fornirono a Barre l’aiuto militare che egli chiedeva, tuttavia rimanendo …silent on political liberalization and issues involving human rights… accontentandosi di qualche riforma di facciata e di elezioni-farsa. Come sappiamo, furono proprio alcuni ufficiali sfuggiti alle feroci purghe di Barre ad avviare la resistenza armata; tra cui Abdullahi Yusuf Ahmed (â€Somali Salvation Frontâ€), Bashir Biliqo e Omar Jess (“Somali Patriotic Movementâ€), e lo stesso Farah Aidid (“United Somali Congressâ€).

Altre notevoli occasioni mancate si possono forse identificare durante l’intervento multinazionale USA-ONU (1992-1995). Secondo un altro autorevole analista presente in Somalia all’epoca, Walter Clarke, nonostante il grave ritardo nell’intervento, …later tragedies might have been avoided if UNITAF had been authorized to use its overwhelming advantages in military force, command and control, logistics and communications, to support a political agenda… (da: “Learning from Somaliaâ€; 1997, cap.1).
UNITAF. L’imponente e devastante presenza militare americana, reduce dall’operazione Desert Storm in Iraq, aveva infatti indotto i due contendenti a trovare un’immediata tregua (dicembre 1992), confinare gli armamenti in appositi siti controllati, e ad accettare una conferenza internazionale di pace (che effettivamente si tenne nel marzo 1993); la spedizione godeva inoltre del favore popolare. Tuttavia gli americani non vollero assumersi il compito di disarmare le fazioni, anzi reiterando ad ogni passo lo scopo esclusivamente umanitario dell’operazione, la sua breve durata e la sua neutralità politica, e chiudendo persino gli occhi davanti a patenti ingiustizie. In questo modo gli USA scelsero di patteggiare con i warlords, attribuendo loro la legittimità che essi cercavano e scoraggiando la società civile dall’assumere un ruolo visibile. Passato il primo momento magico, le truppe americane cessarono di incutere timore e rispetto ai somali, azzerando così le già scarse probabilità di successo di UNOSOM II.

A mio personale avviso, un’ultima possibilità di soggiogare le fazioni e ridare impulso al processo democratico durante l’occupazione militare, si ebbe proprio dopo la drammatica battaglia del 3 ottobre 1993.
Battle of Mogadishu. Nonostante lo choc determinato dalla morte dei diciotto marines, lo scontro rappresentò una pesante sconfitta militare per le milizie di Aidid, con la perdita di centinaia di uomini e molti armamenti: …they took tremendous casualties and felt they were on the edge of a clan eradication.. affermò il generale Anthony Zinni, “Chief of Operations†di UNITAF (“Somali News Update†n° 37 del 8 dicembre 1993). È pertanto ragionevole supporre che un’ulteriore azione volta a liberare una volta per tutte Mogadiscio della presenza di combattenti armati, avrebbe nuovamente condotto i warlords al tavolo dei negoziati. La decisione della presidenza americana di cercare subito la tregua, riabilitare Aidid, ed abbandonare in fretta il campo, diede invece alle milizie la definitiva vittoria morale, ed all’ONU la certezza del fallimento.

Da quel momento in avanti la Somalia è caduta del tutto preda di warlords, milizie claniche, mercanti armati, estremisti islamici, ed ora anche dei pirati, divenendo quella che è stata ben definita l’African Cerberus.

Le successive iniziative politiche della Comunità Internazionale e delle potenze regionali –tutte scoordinate, formalistiche e spesso impositive– si sono rivelate la classica benzina sul fuoco. Molto più lunga sarebbe infatti la lista delle wrong choices (o “tragic blundersâ€, secondo Drysdale) operate da tutti gli attori coinvolti in Somalia nel corso di oltre un secolo.

Così si discuterà a lungo se la conquista della Somalia da parte delle Corti Islamiche nel giugno 2006 costituisse davvero una possibilità di pacificare in modo permanente il Paese. Certo è che il brutale intervento militare etiopico – voluto dagli USA e assecondato dall’ONU – con la successiva instaurazione del governo-fantoccio di Yusuf a Mogadiscio (TFG), sotto la protezione del contingente AMISOM, hanno fatto definitivamente prevalere la componente più estremista del movimento islamico, producendo decine di migliaia di morti, incommensurabili sofferenze al popolo somalo ed ulteriori profonde divisioni al tessuto sociale della nazione.

Anche l’ultima trovata diplomatica, quella cioè di operare un “rimpasto†con l’inserimento di alcuni esponenti dell’ARS –il cosiddetto Transitional Unity Government (TUG)– ha prodotto un organismo abnorme (con ben 550 parlamentari e 39 ministri), inutile viste le priorità del paese, incomprensibile dai somali e del tutto privo di autorità sul campo, tranne qualche quartiere di Mogadiscio. Il fatto che il suo stesso presidente Sheikh Sharif Ahmed, di cui si decantavano le capacità di mediatore, sia oggi il più strenuo proponente di un intervento armato, ne hanno definitivamente minato la credibilità presso la popolazione.

Nel frattempo i movimenti di resistenza a matrice islamica più estremista hanno assunto modalità operative tipiche della Jihad internazionale (pare comunque sempre eccessivo parlare della Somalia come nuova centrale di Al-Qaeda), di cui l’attentato di Kampala costituisce la prima grande operazione fuori dai confini somali.

A tal punto arriva la disperazione delle diplomazie coinvolte nel rompicapo somalo da avallare persino l’ingresso di truppe da Gibuti, coinvolgendo così l’unico spezzone di Somalia rimasto finora esente dal conflitto.

Mentre si profila l’avvio dell’ennesima “conferenza di paceâ€, forse proprio a Roma, i pochi analisti ancora interessati alla Somalia iniziano a chiedersi se non sia meglio lasciare che il paese proceda verso una sorta di “dissoluzione controllataâ€, cioè nella creazione di entità regionali autonome, il più possibile coese dal punto di vista tribale. Mantenendo una sorta di cordone sanitario intorno al paese ed agevolandone il percorso mediante sostegno economico senza dirigismo, e consulenza di governance senza modelli precostituiti. Questa potrebbe in effetti essere l’unica soluzione praticabile, dal momento che nessuna delle fazioni è in grado di prevalere sull’altra e nessuna è meritevole di sostegno. Ma senza ignorarne limitazioni e rischi, perché non c’è limite alla frammentazione e molte di tali entità non avrebbero le risorse per essere autosufficienti e potrebbero cadere nell’orbita di stati confinanti, preludio a nuovi conflitti.

Ma questo estremo tentativo difficilmente potrà aver luogo, perché il maggiore spauracchio dell’Unione Africana è proprio quello di creare un precedente, concedendo l’indipendenza a regioni autonome all’interno di singoli stati. Ulteriore triste retaggio dei “confini colonialiâ€, la cui arbitrarietà continua tuttora, e continuerà a lungo, ad esplicare i suoi effetti negativi in terra d’Africa.

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