Somalia: ricostruzione e sicurezza sono complementari?

16 dicembre 2010

di Marina Angeloni – Si sente parlare oggi sempre di piĂą di “post-conflict reconstruction” e di “peacebuilding” anche se ancora non è ben chiaro quale sia il significato, cosa effettivamente implichi e cosa la differenzia dall’intervento umanitario.

La ricostruzione post conflitto va intesa come un processo non solo di ripristino di un ordine politico e di condizioni economiche e sociali sostenibili, ma anche e soprattutto come un “conflict transformation”, ovvero una progressiva eliminazione o trasformazione delle cause che hanno portato al contenzioso. Il fine ultimo è quindi di correggere i fattori che hanno radici nel passato e nel presente ma mantenendo l’attenzione sul futuro.

Per quanto riguarda il timing dell’intervento di ricostruzione, due sono le correnti di pensiero presenti: una ritiene la sicurezza e la totale cessazione delle ostilità come punto di partenza per un programma di ristrutturazione e sviluppo, l’altra ammette che attività di questo genere possono essere intraprese anche durante il conflitto e che anzi potrebbero fornire un incentivo a cessare il conflitto stesso.

Di fronte alle guerre attuali, la comunità internazionale tende a concentrare attenzione e risorse verso la firma di un accordo di pace e sul fronte emergenza/umanitario, mentre scarso è l’impegno nella fase successiva, ovvero l’implementazione effettiva dell’accordo stesso e una ricostruzione politica e socioeconomica sostenibile nel lungo periodo.

Questo è particolarmente evidente nel caso somalo, dove da oltre venti anni è in atto un intreccio di conflitti e contenziosi dalla diversa natura, la cui complessità è poco conosciuta a livello internazionale e che è stato incanalato in un processo di pace e riconciliazione che sembra, nonostante innumerevoli tentativi, non poter essere raggiunto. Di conseguenza la questione “security” e la cosiddetta “war on terror” costituiscono le priorità della comunità internazionale in Somalia.

Anche il nuovo Primo Ministro appena eletto ha dichiarato che il ripristino della sicurezza costituisce la prioritĂ  assoluta, senza neanche accennare a questioni sociali ed economiche.
Alla luce di questo ci si chiede: bisogna aspettare di raggiungere un buon livello di sicurezza per intraprendere attività di ricostruzione e sviluppo o si può prescindere dalla prima e tentare di intervenire per assistere la popolazione civile che quotidianamente è vittima di violenze e gravi perpetrazioni di diritti? E nel caso somalo, quanto tempo ancora verrà il popolo lasciato sotto la piaga della povertà e sofferenza se è invece possibile la complementarietà tra sicurezza e ricostruzione?

Basti pensare che vi sono regioni in Somalia, il Somaliland in primis, che sono in qualche modo riuscite ad intraprendere percorsi autonomi per la loro ricostruzione, solamente attraverso soluzioni di tipo “bottom-up”. Sono proprio situazioni di questo tipo a offrire il terreno più adatto per pianificazioni e interventi di questo tipo, potendo contare su un sistema istituzionale e legale per quanto debole comunque già in piedi.

A Ginevra, durante l’arco del 2010 e presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, ho avuto modo di partecipare a diversi incontri dedicati alla situazione dei diritti umani in Somalia, in occasione di presentazioni del rapporto del cosiddetto “Independent Expert”, al momento Mr. Shamsul Bari. Bari ha fatto propria la visione secondo la quale la stessa difesa dei diritti umani non può esistere se non inserita in un quadro più ampio di ricostruzione post conflitto sostenibile.

Nelle sue relazioni egli esprime una forte preoccupazione per la situazione ancora critica dal punto di vista della pace e sicurezza e constata che sono proprio tali condizioni a influenzare la situazione umanitaria e dei diritti umani, in primis la quantità degli sfollati, il diritto a ricevere cure mediche, all’educazione, i diritti delle donne, la protezione del bambino.

Allo stesso tempo, Bari sottolinea la necessità pianificare un intervento più concreto che abbia come obiettivo di breve periodo un’assistenza umanitaria propriamente detta e nel lungo periodo un efficace programma di capacity building e assistenza tecnica. L’importante è che il processo di ricostruzione sia non solo “community based” ma soprattutto “community driven”. Questo disegno non può che essere frutto di una collaborazione tra il Governo di Transizione e le agenzie internazionali, in primis le Nazioni Unite, alle quali egli rimprovera la totale assenza fisica all’interno del Paese.

Attualmente mancano dunque nel caso somalo i presupposti e la volontà da parte della comunità internazionale sia per una seria risposta alla costante emergenza, sia per una pianificazione di ricostruzione più concreta e mirata che possa portare a quel cosiddetto “conflict transformation” il quale ha a sua volta una funzione di ammortizzatore e di “conflict prevention”.

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