La proposta del Council on foreign relations per la Somalia

24 settembre 2010

Di Marina Angeloni

Quella di analista delle vicende somale è una professione che non rende in termini di fama né di immagine. A parte la difficoltà oggettiva di approfondire a sufficienza un tema decisamente ostico, quasi tutte le tesi e le proposte che essi formulano vengono del tutto ignorate; questo nel migliore dei casi. Il SRSG uscente (Ould-Abdallah) aveva infatti l’abitudine di inveire contro gli analisti non appena osavano avanzare dei dubbi sull’efficacia di Gibuti IV, insinuando persino che con le loro critiche essi sostenessero l’insurrezione, se non addirittura il terrorismo. Ma almeno vigeva tra colleghi un certo cameratismo, quasi da piccola setta di iniziati, e anche un certo consenso su aspetti fondamentali: la futilità delle conferenze di pace pilotate; l’inutilità di sostenere governi centrali imposti; la pericolosità di coinvolgere truppe straniere, soprattutto quelle di Paesi confinanti, ecc. ecc.

Eppure da qualche mese a questa parte, anche nel campo degli specialisti regna la divisione. Tutto è iniziato questa primavera, con la pubblicazione di un rapporto dall’ambizioso titolo : “Somalia: a New Approach”, della giovane ricercatrice Bronwyn Bruton per conto del Council on Foreign Relations. Passato inosservato tra le diplomazie, come di solito accade, il tema si è invece scaldato sui media, fino a divenire incandescente in seguito all’attentato di Kampala. La Bruton e le sue tesi hanno quindi trovato ospitalità su testate come il New York Times (“In Somalia, Talk to the Enemy”, 25 luglio), mentre l’Economist ha anche aperto un dibattito online (http://www.economist.com/debate/days/view/533) con la partecipazione di Menkhaus e Ould-Abdallah; raccogliendo sia consensi che animosi dissensi. Vediamo dunque da che nasce tanto scalpore.

Nel suo breve saggio, una trentina di pagine, ella avanza l’opinione che sia arrivato il momento per la Comunità Internazionale di rinunciare a risolvere con la forza il problema somalo, cessare di sostenere il TFG e uscire militarmente dal teatro, e lasciare che la soluzione si formi da sola, sul campo, limitandosi ad interventi umanitari e di containment. Pacchetto che ella definisce come: Constructive Disengagement.

Diremo subito che questa posizione, espressa qui in termini essenziali, ci trova d’accordo. Tanto avevo infatti espresso in uno studio dell’ottobre scorso (“Somalia: the Tortuga of the 21st Century”; Springer-Verlag); che riprendeva quanto già sostenuto un anno prima nella mia tesi di laurea. In quella sede scrivevo infatti: …by abandoning illusions, regrets and fears Somalia must be left to continue in its process of breaking-up, though possibly this can be contained and controlled, there are far more probabilities that the international Community could make it more manageable.

Bruton giunge a conclusioni analoghe seguendo un percorso logico-fattuale che dimostra come l’accanimento diplomatico e militare degli ultimi vent’anni abbia ottenuto soltanto l’effetto di moltiplicare anarchia e violenza, accelerandone i nuovi perniciosi sbocchi (come la pirateria) e le metastasi all’esterno. Nessun paese od organizzazione internazionale è esente dall’aver commesso gravi errori strategici nel trattare la Somalia. Né gli Stati Uniti, incapaci di dialogare con alcuna componente islamica, troppo favorevoli all’Etiopia, ed inclini a risolvere i problemi con l’invio di armi; né l’Europa: priva di una politica coordinata e sempre ansiosa di lasciare l’iniziativa ad altri; né i paesi arabi: spesso ambigui ed ideologici nelle alleanze; né l’ONU: troppo affannato a sostenere le sue conferenze di pace ed i vari governi-fantoccio che ne scaturiscono di volta in volta; né soprattutto i paesi confinanti: le cui ambizioni, rivalità e spudorata ingerenza non hanno ormai più alcun limite.

Nell’esporre questi fatti Bruton è lucida, ed anche piuttosto energica, come quando afferma che …the United States should encourage the UN Security Council to hold Ethiopia accountable for any preemptive incursions into Somali territory (pag. 31), ovvero denuncia come …U.S. agencies have begun to fear prosecution for providing food to Shabaab-controlled territories (pag. 26).

Se dunque il disengagement è ampiamente sostenibile, e riflette quanto gli USA stanno di fatto facendo in Iraq e presto anche in Afghanistan, le declinazioni della sua componente constructive sono più discutibili, e indeboliscono il piano stesso. Ad esempio, laddove Bruton auspica ulteriore dialogo, ipotizzando che …the TFG may succeed in isolating transantional terrorists curently hiding within the Shabaab; ovvero quando richiede come pre-condizione per trattare con gli islamici i loro preventivi …commitment to peace with Ethiopia and rejection of global jihadists ambitions; oppure paventa come “serious concern” la caduta di Mogadiscio in quanto …it could embarass the International community and the Obama administration in particular.

Ci lascia inoltre scettici la sua granitica certezza che Al-Shabaab si stia sgretolando come movimento, sia sul piano ideologico che militare; in quanto non godrebbe di alcun sostegno da parte della popolazione e si sosterrebbe solo in virtù della resistenza contro l’invasore. È infatti difficile pensare che una milizia la cui consistenza numerica (le stime variano da 3.000 a 5.000 combattenti) non raggiunge un quarto di quella delle gang di Los Angeles, possa tenere in scacco eserciti poderosi come quello etiopico senza un supporto sul territorio. Si sottostima il trasformismo dei somali in tema di alleanze quando sono in gioco fattori economici e di potere. Ma dove il ragionamento si aggroviglia seriamente e ci trova su posizioni molto critiche, è su un punto importante della fase proattiva: la continuazione, anzi l’ampliamento, della politica di “targeted killings” sul territorio somalo con l’utilizzo di droni o commando.

Bruton inizia deplorando le stragi di civili che questa tattica assai sovente comporta (non sul piano etico e legale, ma solo perché provoca “outrage” da parte della popolazione), evidenziando come prima di agire sia necessario disporre di un’intelligence precisa sul territorio, come avverrebbe in Afghanistan. Tuttavia subito dopo porta l’eliminazione di Ali Saleh Nabhan (14/9/2009) quale “perfect model” e addirittura un …blueprint for future military counterterror operations in Somalia.

La contraddizione è evidente – visto che proprio in Afghanistan si registra spesso il collateral damage, e che in Somalia non c’è in campo alcuna intelligence. La proposta sembra dunque essere fatta apposta per assecondare l’amministrazione Obama, la quale pare privilegiare questo metodo di guerra assai più di quella precedente. Ma il giudizio sulla legittimità di una condanna a morte, senza processo né possibilità di resa, di insurgents, extremists o persino suspected terrorists, non è unanime. Inoltre ci si è dimenticati (ma i somali non l’hanno dimenticato) che durante UNOSOM II un’azione analoga determinò una sommossa popolare, con il linciaggio di tre giornalisti accorsi sul luogo (1), ed il precipitare degli eventi fino alla tragica “Battle of Mogadishu” e l’uscita degli USA dalla Somalia.

Ma se sul tema principale, quello del ritiro dalla Somalia, il dibattito vede ogni giorno schierarsi sostenitori e detrattori (2), il presidente Museveni ha da parte sua affermato che se i due paesi fossero confinanti l’esercito ugandese avrebbe già invaso la Somalia, senza che queste dichiarazioni abbiano sollevato proteste da parte di alcuna diplomazia. Dunque è probabile che il dibattito finisca presto, per lasciare nuovamente il campo all’assordante voce delle armi.

NOTE:
1. Il 17 luglio 1993 elicotteri americani distrussero una villetta di Mogadiscio dove l’intelligence riteneva si nascondesse il generale Aidid, causando invece la morte di almeno 50 civili innocenti; in quell’occasione il consulente legale dell’ONU, Ann Wright, protestò ufficialmente contro l’uso di una “lethal force against all persons without possibility of surrender”.
2. “Do Somalis a Favour: leave them alone”, scrive Y. Serunkuma sull’Observer; “Somalia: Constructive Re-Engagement Required, not Disengagement”, risponde W. Schneidman su allAfrica.com. Menkhaus da parte sua si dichiara in senso astratto favorevole al ritiro: ….it is easy to conclude that international disengagement, not international intervention, is what Somalia needs now … (Economist debate) sebbene ritenga molto improbabile che ciò possa essere condiviso dai numerosi players presenti sullo scacchiere somalo.

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